TRE GOCCE DI RUGIADApensieri e riflessioni giorno per giorno |
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Mio progetto
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giovedì, 26 gennaio 12 16:06
Le parole degli altri
Molto spesso, non appena la vita ti permette di respirare, anche solo per un istante, i pensieri più profondi prendono il sopravvento, di nuovo liberi di viaggiare nelle strade della nostra mente, finalmente sgombere dai calcinacci dei pensieri razionali, e dai blocchi di quelle lunghissime liste di cose da fare e da dire. In quel momento si ha la consapevolezza che qualcosa di ben definito ci abbia vestiti come un manto comodo e leggero, un abito perfetto, fatto su misura per noi. Eppure non troviamo le parole per descrivere quel pensiero, come se annaspare nella ricerca di parole definite, non faccia altro che sminuirne l’importanza o distorcerne il significato. E’ quello in momento in cui, per istinto, cerchiamo un canale di comunicazione alternativo. Perché il bisogno di comunicare quella piccola scoperta è comunque pressante, e non ignorabile. E finiamo per ritrovare frasi appuntate sui frontespizi dei libri, tra le pagine dei diari, su foglietti volanti finiti chissà dove, oppure sfogliamo i libri che più ci rappresentano alla ricerca di quelle sottolineature lasciate chissà quando. O ancora mettiamo su quel cd, perché quella canzone lì, e solo lei, dice proprio quello che le labbra non riescono ad articolare. Sono le parole degli altri. Scritte o pensate in altre situazioni, in altre circostanze, con altri intenti. Eppure così tremendamente adatte al tuo pensiero, al tuo momento. Quelle parole le arricchiamo di così tante emozioni e tante aspettative che se sugli altri non hanno lo stesso effetto, la cosa ci sconvolge. Ma come potrebbero gli altri, provare quello che è solo e soltanto nostro? Eppure a volte questa risonanza ha luogo. E allora è il momento più bello del mondo. Mai così importante, mai così bello, mai così chiaro, mai così speciale. Ma la mente non riesce a trattenere quell’attimo, che è sfuggente, inconsistente. E allora ci impegniamo a lasciare un senso, una traccia, un memento, che sia ancora per i nostri ricordi. E improvvisamente le nostre parole si fermano nel tempo. E con il tempo diventeranno anche loro le parole degli altri. mercoledì, 06 luglio 11 16:55
Forgiveness
L’aria tiepida, rinfrescata a tratti da un venticello birichino, asseconda il mio respiro, mentre siedo con le spalle contro la corteccia ruvida di un salice, sulla riva di un laghetto improvvisato. Distendo le gambe a terra, incrociandole all’altezza delle caviglie e mi rendo conto con un certo sconforto di come anche questo semplice gesto ora mi risulti poco naturale. C’è di certo una strana chimica che governa il mio corpo, lo dice la Scienza, quella con la S maiuscola. Ma questa Scienza, che mi spiega la natura dei miei problemi stordendomi con milioni di parole complesse, che mi arrivano addosso come una valanga di formule magiche dal suono curioso e a volte sinistro, nel momento di accendere la fiamma della speranza con possibili e più o meno probabili soluzioni, tace. Ho imparato da tempo ormai a convivere con queste disavventure più o meno grandi: all’inizio le accuso pesantemente, come un pugno, poi me le metto in spalla, rassegnata e con un sorriso ironico vado avanti. Quando la parte razionale ha finito le munizioni, scende in campo la parte spirituale: quella parte di me, di gran lunga più viva e forte dell’altra, gioca con gli eventi, attribuendo alla realtà le vesti ricamate dal destino, o dal karma.
Ripercorro la mia vita, schedando le mie azioni in “buone” o “cattive”, snocciolandole grossolanamente in un contenitore piuttosto che nell’altro, senza mezzi termini, anche se le sfumature spesso sono maggiori dei contorni definiti. Così per esempio una buona azione che ha provocato solo dolore e tristezza è finita tra le “cattive” mentre un gesto fatto per ripicca, ma che alla fine ha avuto un effetto positivo sugli altri è finito tra le “buone”. Soppeso i piatti di questa bilancia metaforica e mi ritrovo con molte cose “buone” e alcune “cattive”. Svuoto il primo pesante piatto, senza curarmene troppo, mentre osservo attentamente il secondo. E’ lui, probabilmente, l’origine di tutto ciò che di negativo mi affligge, perché sono fermamente convinta che ogni cosa si faccia nella vita, torni indietro triplicata, prima o poi, e purtroppo questa regola non contempla tutti i “ma” che potrebbero sottolineare delle giustificazioni: quel che è fatto è fatto.
Chiedere scusa è sicuramente un modo efficace per alleggerire il piatto che ho in mano. Ottenere il perdono, potrebbe essere un’utopia.
So bene che negli ultimi mesi alcune mie azioni in particolare hanno procurato dolore a tre persone. A loro io rinnovo le mie scuse:
Le mie scuse Le ho tenute puntate con uno spillo a tutti i miei vestiti Non le ho mai profuse Per paura per rancore per gli errori mai gestiti I miei sbagli Tatuaggi orribili sulla pelle Come milioni di tagli Che oscurano tutte le cose belle Le mie lacrime Di rimorso e pentimento Non le vedrai tra le rime Che scrivo in questo momento Me le tengo dentro Le ingoio a forza Vorrei dirti "io non c'entro" Ma ho l'anima avvolta da una scorza Dura come un diamante Fatto di dolore compresso Che riconosce le facce, tutte quante Che ogni giorno tolgo ed indosso Le mie ragioni Chissà se le riconoscerai Sono come legioni Di soldati che pagai Per combattere Al mio fianco Ed abbattere Il nemico stanco Ma alla fine ho ascoltato ciò che dici E' il momento che lo confessi: Ognuno di quei nemici Era uno dei miei riflessi
Poso il piatto sul pelo dell’acqua e lo osservo affondare. Chiudo gli occhi e attendo che quel peso che mi grava addosso si alleggerisca almeno un po’
giovedì, 24 febbraio 11 10:54
Time Of Change
E’ tempo di cambiare.
Me lo ripeto ricorsivamente a distanza di anni, prima, e di mesi poi. Ora me lo ripeto ogni giorno.
E’ tempo di cambiare.
La spinta al cambiamento la riconosco ogni giorno in tante forme diverse. La fine di una storia, necessaria, perché ormai viveva solo del suo ricordo, senza spingersi più in avanti, nonostante l’affetto profondo e i ricordi meravigliosi siano rimasti in me. Una macchina nuova, perché l’altra ormai ha fatto il suo tempo, seppur glorioso. Il lavoro che è diventato un peso insostenibile, nonostante sia l’unico sostentamento economico che ho. L’anima altrove, che spinge il corpo a raggiungerla. Le prospettive del futuro che mi ricordano che alcuni affetti stanno invecchiando e che presto avranno bisogno di me. Le ancore che avevo gettato qui che hanno perso la corda, sono affondate e la mia barca sta andando alla deriva in balia dei venti. Spingo la testa fuori, offrendola alla brezza degli oceani, socchiudo gli occhi e fisso l’orizzonte.
E' tempo di cambiare.
So dove voglio andare, conosco la mia strada. Mi muovo cautamente, perché ogni passo sia sicuro, e tutto ciò che porto con me non si perda tra i flutti. Forse dovrei solo avere il coraggio di buttarmi di testa, anche se non vedo il fondo. Ma forse sono invecchiata troppo e ho perduto quell’incoscienza che mi servirebbe per un passo di questo tipo. O solo troppo spaventata. Il tumulto che ho dentro però vuole la libertà, e chi sono io per negargliela?
E’ per questo motivo che, oggi, mi sveglio la mattina con un fuoco nel cuore, e una serie di idee in testa. Pensare al cambiamento in modo razionale, e non solo più con la speranza. Lavorare perché avvenga davvero, e non resti solo l’ennesima illusione di una vita in prestito. Vivere la vita, fino in fondo senza sprecarla. Mettere da parte le paure per le difficoltà che potrei affrontare, e semplicemente, agire.
E’ tempo di cambiare. venerdì, 22 ottobre 10 18:48
Heart Elsewhere
[Home Again – Blackmore’s Night]
Una decisione meditata da tempo, la spinta del cuore sulle pareti dell’anima, ad azzittire la voce della ragione, modellarla, convincerla, ed infine, ottenere il tanto agognato equilibrio, quello che ti dona la determinazione.
Un viaggio pianificato e sperato, così profondamente atteso che la sola idea che tutto non andasse in porto era in grado di fare un male inimmaginabile. A nulla erano servite le rassicurazioni di chi avrebbe condiviso con me quel viaggio, le due persone cui in assoluto io mi senta più vicina, i due legami più intimamente profondi e sinceri della mia vita. Uno stato di ansia e preoccupazione, pressante, a farmi battere il cuore all’impazzata, a interrompermi il sonno, mi ha tormentata fino a che non ho preso posto in aereo; allora tutto si è improvvisamente placato, come quella calma surreale che pervade l’aria subito dopo una tempesta. Gli occhi si sono spalancati, al pari dei sensi tutti , del cuore e dell’anima. E l’emozione fortissima di un esule che finalmente torna a casa mi ha travolta, come un fiume in piena.
La prima cosa che ho riconosciuto quando i miei piedi si sono posati nuovamente a terra è stato il cielo. Mutevole, profondo, malinconico. Poi è arrivata la luce, e con lei il mio sorriso di mille colori e sfumature. Un improvviso senso di benessere, come se tutta la stanchezza fosse stata spazzata via in un colpo solo ed io avessi ritrovato la mia forza più primordiale. Anima e corpo in risonanza, in un perfetto equilibrio.
Ecco cosa significa, dunque, tornare a casa. Tornare all’essenza di sé. Il profondo istinto di sapersi riconoscere, nonostante i mille dubbi e le incertezze di sempre, perché lì, in quella terra, non c’era posto per gli uni né per gli altri. Tutto era di una chiarezza disarmante.
Cullata e protetta dal calore e dalla forza di quella magnifica terra, ho affrontato me stessa. Posta davanti ai miei vecchi limiti, mentre ne scoprivo di nuovi, ho rischiato di cadere. Ma mani forti mi hanno sorretta, dandomi la possibilità di combattere. E mentre combattevo, lentamente crescevo e mi rafforzavo. E il mio cuore si allineava magicamente agli altri due, in un’eco inimmaginabile. Tre pensieri per una sola parola, una sola frase per tre voci. Tre fratelli figli unici. Tre, come i vertici della Trischele. Tre, come il trifoglio simbolo di quella terra. Tre, come la perfezione.
Ho visitato luoghi già visti, ma in un modo così diverso da sorprendermi della differenza. Ho ritrovato sensazioni perse nel tempo, le ho trattenute e me le sono tatuate nell’anima. Ho avuto in regalo forza, coraggio, e dei sentimenti così profondi da spaccarmi il cuore. Ed infiniti ricordi di luoghi, persone, paesaggi, profumi, canzoni che mi affollano la mente.
E poi, inevitabilmente, il momento del commiato. Tutta la tristezza della consapevolezza che il ritorno sarebbe stato molto lontano nel tempo mi è franata addosso. Un saluto silenzioso a quella terra che tanto amo e che è, e sempre resterà, parte di me, prima di salire di nuovo in aereo, per tornare ad un’altra casa, con cui ho un legame ma che mai sarà paragonabile a quello che fa tendere il mio cuore altrove. E l’assoluta certezza, radicata, istintiva e razionale al tempo stesso, che un giorno non troppo lontano, tornerò, e non dovrò più andarmene.
Oggi, che vivo di ricordi ed emozioni, mi guardo dentro e ritrovo l’eco di quella voce di vento e pioggia. Parla di me, di ciò che sono stata e di ciò che sarò. Parla degli affetti che ho, e che ho scoperto essere così profondi da non poterli più estirpare, senza perdere pezzi di me. Parla dei miei desideri, dei mie sogni mai sopiti. E mi ricorda che tutto è, se lo si vuole, e si ha la forza di essere pronti a pagarne il prezzo, qualunque esso sia.
“I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di stare dietro ad un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi la si paga. E solo questo è davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno solo non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante.[A.Baricco – Castelli di Rabbia]” lunedì, 27 settembre 10 17:53
Il Rito Dell'Amicizia Ricetta per il “rito dell’amicizia”: Prendere cinque persone, di cui quattro si conoscono da una vita, possibilmente tre uomini, migliori amici tra loro, e due donne. Aggiungere tre quarti di rivalità testosteronica ma bonaria ed amichevole, tra i tre rappresentanti del genere maschile. Un pizzico di malizia per la linea femminile. Condire con molta ironia. Spolverare con abbondante sense of humor e attitudine teatrale. Mescolare il tutto e cuocere a fuoco lento, circa 75 ore.
Il risultato di questa ricetta è una pietanza che va assaporata con lentezza, accompagnata da gustosi e costosi vini pregiati. Uno slowfood davvero invidiabile.
Le mie 75 ore sono iniziate quindi di giovedì, giorno in cui il mio migliore amico mi è piombato in casa alle ore 2.30 di notte. Che sarebbe venuto a trovarmi era un argomento che aleggiava da qualche giorno, ma non c’è mai stata reale certezza…fino alle 22.30 del medesimo giorno, orario in cui era partito dalla nostra comune terra natia, in moto. Ovviamente non ha ritrovato casa mia, quindi lo sono andata a prendere…io davanti come mamma oca e lui dietro, da bravo paperotto…il casino fatto nel cortile i miei vicini se lo ricorderanno per molto tempo temo… Stravolto, stanco, infreddolito(c’era una "zavangna" incredibile giovedì sera) eppure con gli occhietti guizzanti, incuriositi da questa casa che non avevano ancora visto, dalle foto, dai libri, dagli album fotografici, dai miei quadri, bla bla bla. Beh, tra un the, un grog, una risata un abbraccio alla fine non sono andata a dormire… La sveglia è suonata che stavamo ancora parlando… Io sono andata a farmi una doccia, e lui si è messo sul divano…ancora mezzo vestito…L’altra metà della roba era in ordine sparso per terra, tanto che il gatto non sapeva più dove andare, letteralmente spaesato. Dopo un venerdì di lavoro trascorso quasi tutto d’un fiato, non sono tornata nemmeno a casa, dirigendomi bensì direttamente in centro a Bologna, al Celtic Druid, ormai consueto punto di incontro di una vita, dove Andrea già stazionava da un paio d’ore in compagnia degli altri tre. Saluti baci abbracci e pinte di Guinness che si rincorrevano come i cavalli di una giostra. Dopo i racconti vari di quei pezzi di vita non condivisa e che per questo dovevano essere narrati, anche lo stomaco ha iniziato ad esprimersi, incitandoci a riempirlo. Onori ed oneri della serata erano già stati attribuiti al trio maschile, per soddisfare quella sana competizione che da sempre li contraddistingue, quindi alla fine noi piccole femminucce, non abbiamo potuto fare altro che assecondarli in tutto, con la consapevolezza che comunque non ci avrebbero deluso e con il bonus che non va mai sottovalutato di non dover tirare fuori nemmeno un centesimo. Una rincorsa di telefonate, per cercare un posto adeguato allo scopo, poi una passeggiata sotto la pioggia lieve della sera fino all’Hotel Baglioni, per andare a sedere sugli eleganti scranni del ristorante “i Carracci”, un posto dove persino l’uso del tovagliolo impiega almeno un terzo del mio stipendio. Cinque ragazzi in abiti molto informali, con i caschi in mano, abbastanza zuppi di pioggia, sgangherati, se messi a confronto con l’opulenta eleganza del luogo e dei commensali, i quali, ovviamente, non hanno lesinato sguardi inorriditi. Eppure, noi cinque ragazzi sgarrupati, siamo riusciti a mettere in difficoltà il personale, individuando ogni pecca in quello che avrebbe dovuto essere un servizio ineccepibile. Perché con quello spirito teatrale che ci contraddistingue e che condividiamo in modo automatico al solo sguardo, abbiamo interpretato la nostra miglior parte di critici enogastronomici, senza nemmeno doverci sforzare, visto che tra noi queste conoscenze sono reali. Abbiamo messo così in difficoltà, con ragione riconosciuta, l’intero entourage che quelli sono venuti più volte a chiederci scusa per il loro disservizio, e alla fine hanno elargito un consistente sconto. Non paghi di questa piccola vittoria, il nostro serpentone scoordinatamente ondeggiante, visto ormai l’elevato quantitativo di alcol in corpo, si è diretto sotto la pioggia verso la Cantina Bentivoglio, dove ci siamo concessi vini particolari al dolce suono di un gruppo jazz davvero impeccabile. Qui non era necessario indossare alcuna maschera, così si è dato libero sfogo a quell’euforia che ci galleggiava in corpo, tanto che ad un certo punto ho davvero temuto che ci sbattessero fuori a calci nel sedere per la confusione che stavamo generando. Il trio maschile ha iniziato a ripercorre storie del passato in modo goliardico, così è stato inevitabile per noi femminucce iniziare a fare fronte comune, in scaramucce davvero esilaranti, e sempre più maliziose. Non paghi di tutto questo, ci siamo di nuovo diretti al pub, per chiudere il cerchio, un po’ come tornare a casa, e finalmente poter dare libero sfogo all’euforia più spinta. Fiumi di Guinness e passaggi di Whyskey hanno contribuito ad annebbiarmi la coscienza, tanto che ciò che è seguito nelle 24 ore successive è solo un ricordo vago. Poi c’è stato il risveglio, ieri a mezzogiorno. Vestita, sdraiata sopra il letto, con abiti umidi di pioggia, le chiavi della macchina ancora in mano, e il sapore di tabacco in bocca, senza avere idea di come fosse stato possibile. Una confusione in termini di eventi, ma nemmeno un filino di mal di testa, né mal di stomaco. Solo un leggero stordimento, smaltito nel corso della giornata. Ed oggi eccomi di nuovo qui, alla mia stanca scrivania, con la voglia inesistente di mettere in moto le celluline grigie del mio cervello che ancora si dondola beato sull’amaha dei piacevoli ricordi appena costruiti. Anche quest’anno il rito dell’amicizia si è compiuto. E anche quest’anno ce l’ho fatta. domenica, 26 settembre 10 15:40
MarziaCard
Se è vero che dormo poco, o meglio che mi addormento molto tardi, è anche vero che i mie risvegli sono molto diesel; ho bisogno di tempo per riconnettermi alla realtà, meglio se questo tempo mi concede un po’ di dolce lentezza, senza rumori bruschi o scossoni improvvisi, perché in quel caso, dopo il batticuore da infarto, potrei anche uccidere. Per questo oltre alla mia solita sveglia puntata alle 6,00 solitamente mi faceva comodo avere lo squillo della mia dolce metà. Ovviamente da quando sono tornata single quel secondo squillo vitale è venuto meno. La mia attenzione percettiva in questo ultimo periodo si è impigrita quasi quanto la proprietaria, quindi aihmé, svegliarsi diventa sempre più difficile, soprattutto quando sei nel momento migliore del tuo sonno ristoratore. Ebbene, stamattina temo di aver spento la sveglia, in modo del tutto automatico, perché non ho memoria alcuna del fatto che abbia suonato. Per fortuna una mia amica ha ben pensato di spedirmi un sms alle 6,42…sì, ho delle amiche un po’ matte, tanto per cambiare, che non si rendono conto che forse l’orario in cui ti chiamano o ti spediscono sms è un pelino proibitivo…e sì, io non spengo mai il cellulare… Mi alzo di scatto, tipo molla, con un “cazzo” appeso alle labbra(altolà ai doppi sensi please), e quel dovermi mettere in moto in modo troppo repentino. E immancabilmente finisco per dimenticare milioni di cose. Per fortuna stamattina ho ricordato se non altro di vestirmi prima di uscire(sì è capitato anche che uscissi senza scarpe o peggio…no comment) Passo alle poste, per pagare “velocemente” due bollette del cacchio, ma le ho trovate murate di vecchietti per il pagamento delle pensioni: ok, riga sopra, passiamo al punto due della lista. POSTE INTASATE DA FUORIUSCITA GERIATRICA ALLO SBARAGLIO, 100 EURO CON MARZIACARD Inversione ad U per raggiungere il carrozziere: la vicina mi ha sfondato il paraurti mentre cercava di parcheggiare, ma che vogliamo farci è sempre ubriaca e non sa guidare…tanto paga lei… Mezz’ora a fare un ciufolo, il carrozziere non apriva: ok, riga sopra, andiamo a lavoro che è già tardi. SPRECARE IL TUO TEMPO CON UN CARROZZIERE FANCAZZISTA, 100 EURO CON MARZIACARD Salgo in macchina e, toh, non ci avevo fatto caso prima, ho un uovo di piccione spiaccicato sul tettino, con tanto di uccellino morto…un odore nauseabondo…e vai a pulire il tutto prima che si incrosti…belahhh che schifo… RIPULIRE LA SCENA DI UN CRIMINE, 100 EURO CON MARZIACARD Arrivo a lavoro, dopo aver schivato un controllo della municipale per puro culo, perché di solito in quel tratto corro molto, stile F1, a 130 circa dove solitamente c’è il limite a 50 se va bene: ringraziamo il gentile trattore che ingombrava la strada. Il secondo tratto, post municipale, OVVIAMENTE, l’ho fatto a 150, dovevo recuperare, eccheccacchio! SVICOLARE UN AUTOVELOX, 100 EURO CON MARZIACARD Mi accorgo che qualcosa non va alla ruota anteriore, impreco, in modo mai banale, ma il gommista è troppo lontano, ci passerò nel pomeriggio, mi dico. INDEBITARSI PER RIPARAZIONI Più O MENO INUTILI DELLA VETTURA, 100 EURO CON MARZIACARD Arrivo a lavoro che è tardissimo, accendo il pc, sbircio posta affini e confini e… taadaaannnn… Un oroscopo che sa di presa per il chiulo… TORO Martedi, 7 Settembre Non mi pare proprio di aver preso con me il fascino stamattina, mentre salivo in macchina!!! ESSERE PRESA PER IL CULO DAL DESTINO DI PRIMA MATTINA…NON HA PREZZO! venerdì, 24 settembre 10 12:22
Piccole sfighe quotidiane
Ore 6.15 Anche oggi ho ignorato la sveglia, ma se non altro il mio corpo in quei 15 minuti di pseudo razionalità ha messo in moto alcune celluline che stanno soffiando sulle braci della coscienza. Rotolo pigramente sul fianco e spalanco un occhio cisposo. C’è un filino di luce che filtra dal salotto, e un rumore come di operose formichine mi stuzzica i sensi ancora addormentati. La prima ipotesi è che il tutto faccia parte del rito mattutino di Sua Maestà Il Gatto che, offeso dal fatto che io non gli abbia ancora fornito i bocconcini succulenti e gustosi di pesce, sta sgranocchiando rumorosamente le crocchette, accompagnando il suo “crunch crunch” con il “dlin dlin” del campanello. Tutto nella norma. O almeno dovrebbe essere così. Invece il “dlin dlin” ha qualcosa di strano. E il “crunch crunch” a ben rizzar le orecchie, pare più un “tunch tunch” sulla ciotola. Mi alzo, sbadiglio, raggiungo la cucina scalza e nel compiere la piccola curva dalla mia camera pesto qualcosa di scivoloso finendo schiena a terra e gambe all’aria. Un bello “swhish” dei piedi accompagnato dal “tuffh” sordo della schiena e del più sonoro “stocnk” della testa. Boia Faust che doloooooreeee. Mi rialzo imprecando contro qualsiasi divinità mi venga in mente di ogni pantheon divino esistente, e reggendomi la testa mi affaccio in cucina. Sua Maestà Il Gatto è intento in qualcosa che sa di osceno, un groviglio di pelo e…non so cos’altro. Sempre più perplessa mi avvicino e cerco di tirarlo fuori da sotto il lavandino, perché Egli ha ben pensato di ficcarcisi sotto, con tutta la ciotola. Lo estraggo tirandolo per la coda, l’unica parte di Egli che sia visibile e raggiungibile, con un miagolio di disappunto di Colui Il Quale. Ora che ce l’ho in mano mi pare di osservare un quadro di Picasso. Più lo guardo meno capisco cosa ci sia che non vada: due orecchie, una coda, una testa, due zampe posteriori, un apparato genitale depallificato, un collare, due zampe anteriori. Uhm, no, qualcosa non torna. Ricontrollo l’inventario. Partiamo dal fondo. Coda: c’è Zampe posteriori: sinistra e destra, ci sono Apparato genitale: c’è Zampe anteriori: sinistra messa alla cacchio e destra, ci sono Testa: c’è Orecchie: ci sono, una leggermente “spizzata” ma c’è Collare: uhm… Collare??? Uhm… Prova del nove: scuoto il gatto. “dlin dlin” Ok, il collare c’è…ma dove cappero sta??????? Poso il gatto a terra “dlin dlin” Lui si stiracchia, mostra le unghiette, allunga le zampette. Noto solo ora che sulle unghie ha i filamenti blu del suo collarino Riprendo il gatto. “dlin dlin” Cioè…Gatto…ma che ne hai fatto del collare??? Lui mi fissa con aria assolutamente innocente, tanto che pare pure alzare la zampina destra per giurare che è così. Lo rimetto a terra. “dlin dlin” Ed è in quel momento che Sua Maestà Il Gatto tossisce per effetto di una pallina di pelo. “dlin-fii dlin-fiii” !!Inaudito!!!Si è mangiato il collare!!!! Ore 7.45 Porto Colui il Quale con cestina da trasporto alla gentilissssssima veterinaria che si è sbrandata così presto solo per me. Lo saluto frettolosamente mentre lui è già tra le sapienti mani, e mi fissa con sguardo disperato. Corro dal gommista, sono in ritardo. Ore 8.00 Cambio ruote per deformazione cerchi in lega da rigenerare. Ore 8.10 Esaurisco il contante e volo dalla veterinaria. Ore 8.15 Sua Maestà il Gatto dorme beatamente tra le braccia di Morfeo, in una posizione rilassata nel trasportino. La veterinaria gentilisssssima mi fa pagare una parcella così salata che con quella cifra ci avrei sfamato un decimo della popolazione del terzo mondo. Mentre le firmo un assegno il mio sorriso riconoscente s’è congelato come una paralisi. Prendo Gatto e mi infilo in macchina, sbatacchiando volutamente la cestina perché si svegli. Sono in un ritardo pazzesco, per recuperare dovrò restare a lavoro fino a sera tardi. Una volta riportato il trono di sua Maestà al suo posto ho verificato che la cosa viscida altro non era che la SUA saliva…evidentemente aveva provato a risputarlo… E via, ripulire tutto!! Gran figlio di una gatta meretrice… La prossima volta che ti viene in mente di mangiarti il collare, ti riempio di lassativo e lo caghi!!!!
martedì, 11 maggio 10 13:11
9 May 2010: Happy Birthday
Un altro anno, e sono trentatre. E tanto per restare il linea con l'utilizzo di questo numero che pare essere sacro, ho festeggiato per tre giorni. Ed ora? Ora sono di nuovo in balia delle mie solite giornate difficili, come se nulla, davvero nulla fosse cambiato. A volte addirittura peggiorato, per certi versi. Forse davvero dovrei semplicemente smettere di aspettarmi qualcosa "che non c'è" Forse davvero avrei dovuto far mie le parole cantate quel venerdì sera da quella splendida voce. Forse davvero dovrei semplicemente smettere di aspettare e inizare a muovermi. Eppure... Non è forse quello che sto già facendo? Non sono forse tutte le energie che sto spendendo impiegate proprio per questo cambiamento? Non lo sto forse facendo da anni ormai? Allora perché continuo a sentirmi come fissa ed immobile mentre tutto attorno gira e muta? Forse semplicemente ho sbagliato modo. Forse avrei potuto impiegare meglio le mie energie Ma se ho davvero sbagliato fino ad ora...allora anche io sono sbagliata??? Se questo è il misticismo legato al numero dei miei anni, avrei davvero preferito non compierli...
lunedì, 26 aprile 10 13:42
Strange
Ricordi una notte... di aprile, Ho tutto quello che si potrebbe desiderare: una casa, una famiglia, un lavoro, un amore intenso e un'amicizia meravigliosa
Allora perché mi sento come se mi avessero strappato un pezzetto di anima? Perché le lacrime continuano a scendere, in questa notte calma di primavera? giovedì, 08 aprile 10 20:00
Terra e Acqua![]() Io sono terra. In apparenza immobile, forte, stabile, dura. In realtà accogliente, mai ferma, docile con chi sa maneggiarmi, utile, persino vitale. Rido con la voce dei ciottoli che corrono lungo la scarpata, urlo con il rumore di un terremoto. Sono ira di forza lenta accumulata, sono calore del sole sotto il ghiaccio, sono rifugio, sono riparo, sono lo scrigno dei segreti più nascosti, sono l'appiglio mentre scivoli. Tu sei acqua. Irrequieta, mai ferma, in cerca perenne di una forma, forse perché ciò che sei agli occhi altrui non va mai bene. Ridi con la voce della pioggia, ti arrabbi con la voce della cascata. Sei ira di forza improvvisa trattenuta, sei la frescura sperata, la salvezza nel deserto, l'aiuto per raggiungere la meta, la culla per il cibo altrui. Io ti do un posto per essere ciò che sei, senza dover indossare una forma che non ti appartiene. Tu assecondi i miei spigoli, li aggiri, corri con le mi discese e rallenti sulle mie salite. Io so che potrei oppormi a te, fare barriera. Ma tu tracimeresti. Perciò mi limito ad accompagnarti nel tuo viaggio, ad accontentarmi del tuo sfiorarmi. Una accanto all'altra, insieme. Terra e acqua. Insieme. Un legame inscindibile. Insieme. |
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