TRE GOCCE DI RUGIADApensieri e riflessioni giorno per giorno |
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mercoledì, 03 marzo 10 12:24
Rinascita![]() Anni di pensieri ed elucubrazioni, di consigli mai seguiti, di prese di coscienza. Mesi di timori, di pianificazioni. Giorni di lettere scritte e poi stracciate, di confronti con parole altrui. Una decisione presa da seguire, una promessa fatta a sé stessi da mantenere. Per stare meglio. Per rinascere. Ma una rinascita necessita di una morte. Oggi sono morta. Ho scritto una mail a mia madre, in cui annunciavo qualcosa, che da sempre mi sono tenuta dentro. E ben sapendo il suo astio per i mezzi tecnologici, le ho spedito un sms in cui l’avvertivo che avrebbe trovato quell’email al suo ritorno a casa. Solitamente la sua repulsione per la tecnologia fa si che gli sms li legga di sera, quando finita la giornata lavorativa riprende in mano il telefono. Invece oggi, aveva il telefono in mano. Mi ha subito chiamata, allarmata, tesa, preoccupata. Coma avrebbe potuto non esserlo? Ma io ero a lavoro non potevo certo dirle il contenuto della mail… Ho riattaccato poco dopo cercando comunque di tranquillizzarla. E destino avverso ha voluto che si scaricasse il telefono. Due minuti e mi arriva una telefonata sul numero di lavoro, un numero interno. Mio padre, che sbraitava, che mi avvertiva che mi a madre si stava per sentire male, che dovevo almeno dirgli cosa c’era nella mail perché lui poi avrebbe potuto tranquillizzarla… E ha fatto milioni di domande, domande cui ho sempre opposto un No come risposta. E il continuo sottolineare “è il telefono di lavoro, papà, non posso…” Ma lui ha messo giù solo dopo la promessa che l’avrei richiamato subito. Ma come? Ho allora preso armi e bagagli, partita dall’ufficio a razzo, con un avvertimento lanciato a fil di voce alla mia responsabile che, vendendo la mi afaccia stravolta si è preoccupata ma non ha chiesto di più, limitandosi ad annuire. Fuori una nebbia da tagliare con il coltello. Mentre corro verso casa mi passa accanto un centro commerciale. Un caricatore, mi dico. E di nuovo il destino vuole che non ne abbiano per il mio modello di telefono che, per altro, è un modello nuovissimo. Ho perso minuti preziosi. Risalgo in macchina e corro, più di prima, andando ad intuito tra fossi e auto senza fari. Entro rocambolescamente in casa e faccio la prima telefonata. A mia madre. La tranquillizzo, ma lei incalza. Vuole sapere. E a ragione. Anche io al suo posto avrei voluto sapere. Così la prendo alla larga, cercando di dire senza dire. Ma l’oratoria non mi assiste con l’argomento. E’ questa, dopo tutto, la ragione per cui ho preferito affidare le parole a qualcosa di scritto. Le parole muoiono in gola. Non escono. Poi alla fine pongo una domanda, che inizia con un “secondo te…” E la risposta arriva come un fulmine a ciel sereno, la risposta giusta. Pronunciata però dalla voce sbagliata. Non la mia, ma quella di mia madre. Lei ha sempre saputo, come ho sempre saputo io. E quella verità mi ha stroncato le gambe. Mi sono afflosciata a terra, la schiena che ha percorso ogni centimetro dell’armadio, il cappotto che è rimasto ancorato alla maniglia. Sono rimasta così senza parole, ad ascoltare il silenzio denso dall’altra parte. Poi la promessa di parlarne tra due giorni, quando andrò a trovarli. Una chiusura di telefonata formale, fin troppo. Una formalità che ha sottolineato l’apocalisse. Sono morta così. Con una telefonata. E sono rinata. Mi sono rialzata lentamente da terra, con la testa vuota e il petto gonfio d’aria non respirata, trattenuta. Un’altra telefonata, il primo vagito dalla nascita. A mio padre, a tranquillizzarlo. A dire senza dire. A dire senza essere compresi. Mi è bastata la sua voce sollevata, non ho infierito. Tra due giorni so già che dovrò corazzarmi per affrontarli, non ha senso dare battaglia per telefono, non ora. Riprendo la macchina, nella nebbia e torno a lavoro. Sono leggera come una piuma con l’anima di piombo. Sono io. Finalmente. martedì, 23 febbraio 10 17:51
Night Voices
Il fruscio sommesso e leggero del piumino sulla pelle. Una sensazione di nervosismo latente che attanaglia le gambe che si muovono scattose tra le pieghe del lenzuolo. Nessuna posizione appaga la necessaria comodità per riposare. Il momento di grazia si è incrinato, e il sonno si è infilato tra le crepe come acqua, ed è scivolato via. Fuori un rumore di fondo, che lentamente prende la forma di pioggia incessante. LE tre della notte. Incredibile il silenzio pastoso che avvolge tutto. Un silenzio in cui le gocce d’acqua che rimbalzano e rotolano per la grondaia e sulle tegole della tettoia sembra la base ritmica di un’orchestra. Una porta lasciata socchiusa danza sui cardini, cercando una posizione salda, che lo stipite non le concede, rifiutandola, ed essa si ritrae offesa. Piccoli movimenti felini, annunciati da un campanellino; il gatto si muove dal divano alla sua ciotola di cibo in cucina. Poco dopo ecco lo sgranocchiare delle crocchette. Sospiro. La stanza è improvvisamente troppo luminosa per i led degli strumenti elettronici. Mi muovo un po’, girandomi. Le luci sembrano muoversi con me, inseguirmi, aggrapparsi ai miei occhi. Nessuna pietà. Scalcio via il piumino, rimanendo come una stella marina a galleggiare sulle lenzuola fredde. Il cuore si impenna, chissà perché. Battiti veloci, che prendono a braccetto l’ansia, e il mio disappunto gonfia il petto. Un’altra notte insonne potrei non sopportarla, né fisicamente, né mentalmente. Sospiro e provo a chiudere gli occhi doloranti. Dietro le palpebre i capillari sembrano pulsare di dolore. Centinaia di piccole lucciole si accendono nell’oscurità. Freddo intenso in tutto il corpo. Meglio ricoprirsi. Rannicchiata sul fianco destro, con il calore del mio respiro umido che rimane intrappolato tra il naso e le piume d’oca, lentamente perdo coscienza di me. “Lo so che non è consolazione che cerchi da me, per questo non sono qui a dirti stupidaggini. La voce arriva a squarciare quel rinnovato silenzio nebuloso in cui ero immersa. Le parole dritte al cuore. Spalanco gli occhi di nuovo, ma sotto il piumino l’oscurità è sovrana. Ma poco dopo arriva di nuovo, quella voce “Io e te siamo simili per tante cose, ma diverse per tante altre. Ma qualcosa di irrazionale, una specie di sesto senso, mi dice questo non è assolutamente un ostacolo... anzi potrebbe essere proprio la nostra forza. Sto vaneggiando non c’è dubbio. Mi volto a pancia in giù il cuscino premuto sulla testa, ad annullare i sensi. Non voglio sentire, voglio solo dormire. Eppure poco dopo arriva un’altra voce, intensa come la prima “E' rassicurante sentirti speranzosa, Marzia cara. Quasi ti vedo, china e premurosa, coltivare queste piccole piante di rapporti, gioire delle piccolissime foglie verdi brillanti oppure rassicurare il terreno con un po' d'acqua se ancora resta vuoto e trasmettergli un po' della tua forza accarezzandolo piano. Andrà tutto bene. Ma tu, Marzia, tu che per gli altri costruisci serre, tu che ti preoccupi di dissetare ogni minuscolo seme e attendi fiduciosa germogli. Tu. Lasci che qualcuno ogni tanto possa prendersi cura di te?” Dannate voci smettetela! “sei parte della mia vita, non posso starti lontana…con te sono ciò che sono…senza di te sono altro da me…” No, vi prego basta… Non si può sopportare… Non in una notte di ansia…di decisioni lasciate a marinare per troppo tempo… Non in una notte insonne… Il cuore non regge a troppe emozioni… Voci tutto intorno a me. Di chi c’è stato un tempo ed ora non c’è, e la sua assenza manca come il respiro Di chi c’è sempre stato e c’è ancora, e alimenta le fiamme che mi scaldano il cuore Di chi è appena arrivato e improvvisamente ha scosso la mia anima… Siate accorte, dolci voci. Non frantumate il sottile vetro che protegge il mio essere. Lasciatemi aprire la porta lentamente… Ho preso decisioni importanti che aspetto solo di poter narrare… Abbiate cura di me…
lunedì, 22 febbraio 10 22:13
The Rose![]() Dieci petali di rubino ha la rosa del mio amore Piccoli sussurri con voce vibrante d'emozione sincera Dieci piccole richieste dal profondo del cuore accompagnate dalle note provenienti dall'anima più vera Cullami come le onde del mare carezzano una piuma su di esse adagiata Proteggimi dalle intemperie che si abbattono sulla mia vita scombussolata distraimi con il tuo umorismo dalle giornate grigio antracite raccontami di te, di ciò che provi, delle nostre vite sfamami di baci e carezze accorte, di emozioni pure spingimi a sperare i miei limiti e le mie paure abbracciami ogni volta che, inciampando, sto per cadere attraversami l'anima con quelle parole affilate ma sincere aprimi gli occhi quando volto il viso altrove per non guardare parlami ogni volta che premo le mani sulle orecchie per non ascoltare Ma tutto questo perde irrimediabilmente ogni valore Se dovessi compiere anche solo uno di quei gesti privo del tuo amore Perché è quello, ciò che desidero e bramo sopra ogni cosa Che con il tuo amore sincero sfogli petalo dopo petalo quella mia rosa lunedì, 30 novembre 09 14:16
BASTA!
BASTA Ho esaurito ogni stilla di energia, vi prego Abbiate pietà Voi divinità degli spiriti e dell’universo Voi che vivete e condividete con me ogni attimo della mia esistenza Basta… Non ho più energie per combattere Vi siete presi tutto Basta… Mi è rimasto un corpo che non mi appartiene più Volete anche questo? Basta…
giovedì, 05 novembre 09 17:02
La musica dentro
La conosco quel tanto per non confonderla. La suono quel tanto per dare sfogo a movimenti pirotecnici dell’anima. E la canto, da sempre. Cose conosciute, più o meno urlate, più o meno stonate, a seconda dell’umore che mi ritrovo cucito addosso quando le canto. Poi arrivano giornate come oggi. Grigie fuori, un po’ nebbiose dentro. Qualche corda viene pizzicata, in modo casuale, un pensiero, uno spintone emotivo, un raggio di sole, un odore particolare, una voce… I suoi che si aggrovigliano nella pancia, si mescolano, si danno forme nuove per poi cancellarsi e ricrearsi. Finché non mi ritrovo ad emettere melodie a fior di labbra. Tutto avviene quasi sempre mentre lavoro, a tono bassissimo, per non disturbare nessuno. O ancora meglio, nei tragitti in macchina, a riempire le lunghe attese delle code, o a farcire i lunghi rettilinei solitari, a squarciagola. Ed ogni volta mi trovo altrove. Altrove da lì. Ovunque mi trasporti la Musica. Musica, linguaggio divino di creazione. Musica, magia curativa. Oggi mi sento strumento. Ed ho corde da suonare. Lasciatemi cantare. lunedì, 20 aprile 09 16:21
pioggia E’ arrivata come una tempesta, senza preavviso. E l’emicrania è esplosa frammentando i pensieri, sparandoli come proiettili altrove da me. Il corpo è stato obbligato al non far nulla, per rispettare il dolore silenzioso della mente. Ho sempre odiato questo tempo assurdo, che prima ti bea con promesse di sole e fiori, per poi schiaffeggiarti con vento freddo indispettito ed indisponente, e acqua, acqua ovunque… Dal cielo alla terra. Così tante lacrime che la terra si è chiusa, forse per non soffrire, generando un pantano malsano. L’irritabilità si alimenta del dolore, pasteggiando del buon vino delle mie lacrime, beatamente distesa sul triclinio. E allontana, egoista, chiunque si avvicini.
Alcuni temerari affrontano l’ira animale ed istintiva, incuranti dei graffi da felino. Altri si allontanano così tanto da scomparire all’orizzonte. E le mie fronde sembrano perdere foglie e rami secchi, come petali di fiori di ciliegio in un viale orientale. Evidentemente non ho ben seminato, se questi sono i miei non frutti. Forse è bene che ciò accada, per separare il grano dalla pula. Ed ora, con I miei pochi semi, cerco di ottenere nuovo frumento, una nuova stagione, un nuovo raccolto. Ho forse sfidato madre natura, ma non ho resistito nel piantare alcuni di quei pochi semi, laddove forse nessuno li ha mai piantati, su terreni apparentemente aridi, o impervi. Ma confido che i semi germoglino, con un po’ di cura.
Because I care. And I believe that feeling can make everything special, not easier, but deeper. I believe that white and black could create a new life. I believe that the best never been like it is, if it never seen the worst. And I believe that now, that you know who I am, in the best and the worst way, you could choose.
Would you keep me as I am? Do you really dare? giovedì, 19 marzo 09 13:39
FermentoCreativity is letting yourself make mistakes Art is knowing which of these mistakes you should keep [Scott Adams]
Sarà la primavera... Con il suo germogliare ovunque.... Ho la mente e il cuore pieno di fermento creativo e rimbalzo da un progetto ad un altro come una trottola impazziata, senza soffermarmi mai abbastanza a lungo per creare davvero qualcosa di buono... Sono ancora nella fase degli "sbagli"... Chissà quando arriverà l'Arte...
mercoledì, 28 gennaio 09 12:41
NebbiaLeggo i tuoi segni nero china, e cerco di vedere tutto quello che hai lasciato altrove, coperto da quel bianco che contrasta. E' come essere avvolta nella nebbia. Nessun punto di riferimento, nessun contorno definito, nessun rumore, né odore. Solo qualche macchia inconsistente ed informe, e la certezza istintiva di una direzione. Strappo i veli, scalpello gli scogli, finché non vibro della stessa tua nota. E comprendo ciò che non c'è.
Una richiesta d'aiuto trattenuta, cercata, e allo stesso tempo rinnegata. Ora che ho letto ciò che non è scritto, e ascoltato ciò che non hai detto, come potrei andare via? Non posso lasciarti la mano ora. Non chiedermelo. Sono qui. E qui rimango. lunedì, 05 gennaio 09 13:31
Ghiaccio
Fuori è freddo. Così freddo che nemmeno il gatto ha voglia di uscire per fare la pipì, e lo vedo acciambellato sulla sua copertina, un pelino sofferente, per il fatto che si sta trattenendo. Scendo dal letto rabbrividendo, accendo il riscaldamento che vista l’ora non è ancora scattato. Mi rifuggo in bagno e mi spalmo contro il termosifone, sperando di scaldarmi. L’idea di togliermi il pigiama per farmi una doccia è inaffrontabile. Ci metto un bel po’ a sbrigare tutti i miei gesti quotidiani; in salotto il gatto non si è spostato di un millimetro. Gli preparo la sabbiera, sia mai che a causa del freddo mi sparga la sua pipì ovunque. Mi faccio coraggio, mi imbacucco come uno yeti ed esco. Il naso si congela all’istante non appena assaggio l’aria di questo mattino che ancora non è mattino. La voglia di infilarmi nuovamente sotto il piumone, accanto alla mia dolce metà è fortissima. La mia macchina è una patina di ghiaccio bianco. Sbuffo, prendo la bomboletta antighiaccio per il lunotto e questa, di metallo, mi si attacca dolorosamente alla mano. Reprimo un’imprecazione verbale, ma lascio quella mentale libera di agire. Dopo dieci minuti buoni, parto. Ora sono in ritardo. Non c’è nessuno: solo io, la mia macchina e la nebbia ghiacciata. Ora che il cielo lentamente si schiarisce mi accorgo che tutto intorno è diventato improvvisamente bianco, anche se non ha nevicato. Ogni contorno è perfettamente ricamato di bianco. Mi chiedo quanti gradi ci siano fuori dall’abitacolo, e rabbrividisco, pensando a quei poveri senzatetto che hanno trascorso la notte al gelo. Arrivo a destinazione parcheggio e muovo i primi passi verso la Asl. Se non fosse per queste maledette analisi, penso, ora sarei ancora al caldo a cercare di recuperare il sonno perso in questi giorni di festeggiamenti. Un ragazzo mi sfreccia accanto con una bicicletta. Coraggioso e temerario, penso. Io sono qui che arranco come un bradipo per cercare di non scivolare sulla strada ghiacciata e lui che scorrazza. Non faccio in tempo a pensare ad altro che ecco, il gelo vince: scivolo su una chiazza, perdo l’equilibrio e finisco con le chiappe per terra. Altra imprecazione biascicata a mezza bocca, il dolore che sale dall’osso sacro e raggiunge quella parte di cervello che non sempre ci si ricorda di avere e che fa scattare la sensazione di dolore ovunque. Mi rialzo a fatica, continuando a scivolare. Due tre tentativi, alla fine rimango a terra, alle prese con una crisi di risata convulsa. All’improvviso due mani salde mi afferrano per le spalle e mi aiutano a rimettermi in piedi. Ringrazio il generoso uomo di mezza età che mi risponde in dialetto stretto. Annuisco e sorrido, senza aver capito un accidenti, quindi finalmente accedo alla Asl. Non c’è nessuno, solo due anziani che probabilmente si saranno svegliati all’ora in cui io sono andata a dormire. Mi siedo e attendo. No, non attendo, è già il mio turno. Mai capitato in vita mia di fare così in fretta. Giuro. Una bella sforacchiata con tanto di livido, un saluto e un “buon anno” lanciato alla mia ormai “amica” del prelievo e affronto nuovamente il ghiaccio e il gelo. Arrivo alla macchina in scivolata, neanche fossi Michael Jackson. Se non mi fossi aggrappata alla maniglia probabilmente l’avrei superata e sarei finita contro il bidone della spazzatura alcuni metri più in là. Mi ci sarebbe mancato proprio questo stamattina per fare “full”. A casa tutto tace, e il tepore che mi accoglie mi fa rilassare così tanto che per poco non svengo, visto che ho anche qualche etto di sangue in meno. Il gatto è ancora lì come lo avevo lasciato, un occhio chiuso e uno aperto che fissa la sabbiera, come a cercare di convincersi lei non gli verrà incontro, e che dovrà necessariamente abbandonare la sua copertina almeno per qualche secondo se vuole riuscire ad espletare senza le conseguenze apocalittiche di una pipì fuori posto. Mi tolgo solo i pantaloni e mi infilo nel letto, facendo mugugnare la mia dolce metà perché sono congelata. Ignoro, mi sistemo il cuscino. Due secondi e dormo di nuovo.
![]() giovedì, 20 novembre 08 15:45
To be someone
La prima mossa è una scelta: definire quale pedina vuoi essere. Poi, per quanto ti sia sforzato di definirti, devi affidarti al caso: devi prendere i dadi e lanciarli sul tabellone. Sei teso ad agitato, perché ogni volta che ci si affida al caso le tue possibilità spaziano dall'estrema fortuna alla sfortuna più nera, con lo stesso peso. Attendi il risultato. Un piccolo passo avanti e vediamo che succede. Ti organizzi, poni basi più o meno solide, definisci meglio ciò che sei ora e ti proietti verso ciò che vorresti essere. Poi però devi tirare di nuovo i dadi. E di nuovo la fedele ansia si appoggia lasciva sulla tua spalla. Stavolta la sorte ti riserva qualcosa di particolare: prendi una carta e leggi ciò che il destino ha in serbo per te. La mano ti trema un po' e ti sorprendi di essere così debole, mentre madama ansia sorride allegra. Giro dopo giro hai imparato a preocuparti il minimo indispensabile, organizzi le risorse, e sai come reagire alle situazioni. ma questa esperienza la stai pagando con l'indifferenza: nulla ti sorprende più, e quando capita qualcosa di bello, invece di gioirne ringrazi il cielo che nulla sia andato male. Non sorridi quasi più e il tuo volto è l'esempio dell'inespressività. Non perché tu non abbia emozioni, ma hai trascorso così tanto tempo a mascherarle che ora non ti ricordi più come si fa a farle esprimere per ciò che sono. Infine ecco il momento. Arriva per tutti, dicono. Il momento in cui ricordi quello che avevi sperato di essere, e lo metti a confronto con ciò che sei. Il momento dei conti da pagare. I dadi sfuggono di mano, ed improvvisamente perdi il controllo. Niente più "esci di prigione gratis", niente più aiuto del destino. Solo una strada in discesa e tu che ci scivoli sopra senza appigli; un'ottima occasione per capire come mai quando qualcosa va male si dice "va atutto a rotoli". e continui a scivolare inesorabilmente, ogni piccolo insignificante appiglio perde consistenza, finché non sbatti le chiappe per terra con un tonfo sonoro. I più fortunati quando sollevano lo sguardo trovano mani tese, pronte a risollevare. I più sfortunati restano stesi a terra, come mosche sulla carta moschicida. Come ti senti tu? |
what you said
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